6/4/2009 – 6/4/2015 Ore 3,32 – 309 … Per non dimenticare una tragedia, una terra, noi stessi.

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Stasera più che in altri momenti il pensiero non può che tristemente andare a sei anni fa. Una città, una regione ferita nella sua identità, la natura che ti colpisce e lo accetti, ma quello che non si può accettare è il dolore che questo, che alcuni chiamano stato, è riuscito a infliggere. La natura ha le sue ragioni, ma parte della tragedia si sarebbe potuta evitare. Ancor più si sarebbe potuto evitare quello che la politica di ogni colore è riuscita a fare e ancora impunemente fa.
Sporche di sangue sono le mani di coloro che hanno ignorato per incompetenza o per interesse quello che stava accadendo facendo restare le persone in case già ferite e palesemente pericolose. Sporche di sangue sono le mani di coloro che hanno riso quella notte, quelle risa che ancora risuonano dentro il nostro cuore come sarcasmo che si nutre di morte. Sporche di sangue sono le mani di chi si è fregiato davanti alla nazione di aver sistemato le cose per bene ed in poco tempo perché i vivi sono stati condannati ad una agonia lenta e straziante. Ogni mattone della città de L’Aquila urla in silenzio senza che alcuno porga l’orecchio. E quel grido fa male, è una nenia di morte di una città e di un’intera terra straziata e calpestata. Non credeteci quando vi dicono che è tutto a posto lì. Non credeteci quando vi dicono che se la gente ha avuto quei politici che con il terremoto si è ingrassata vuol dire che li ha voluti e meritati.
Mettiamoci nei panni di chi ha perso tutto. Gente normale che si prepara alla settimana santa e si sveglia il giorno dopo contando i morti, facendo la conta di quanti tra familiari, parenti ed amici non ci sono più. Intere famiglie devastate per sempre. In quel momento ci si aggrappa alle promesse perché non resta altro cui aggrapparsi. Si può solo sperare perché se non si può sperare allora si è già morti.
Non ci può essere continuità dopo un terremoto perché non è solo la terra che si spacca. Si spacca anche l’anima. E quell’anima ha il diritto di tornare a vivere, di tornare a respirare, di poter iniziare a ricostruire se stessa sulle macerie della propria vita.
6 aprile 2009 – 6 aprile 2015
Ore 3.32
309 …
Per non dimenticare … una tragedia, una terra, noi stessi.

 

Elisabetta Barbara De Sanctis

 

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5 thoughts on “6/4/2009 – 6/4/2015 Ore 3,32 – 309 … Per non dimenticare una tragedia, una terra, noi stessi.

      • vero, però c’è anche un lato che esiste ma viene tenuto (chissà perchè?!? domanda retorica) ben nascosto dall’informazione di massa, di gente che ha lasciato per qualche giorno, per settimane e alcuni pure per mesi, le loro abitazioni e si sono mobilitati per aiutare, gente di cui non si conoscerà mai il nome, che ha deciso di dare una mano perchè lo riteneva giusto, perchè quello che oggi capita a te domani potrebbe succedere a me, di persone che pensano che siamo tutti esseri umani e che nelle difficoltà aiutarci è la cosa più giusta da fare… come ci dimentichiamo spesso dei disastri ci dimentichiamo anche di loro, fortunatamente però, loro non dimenticano mai di rispettare i loro ideali… solo per dire che anche in mezzo al negativo c’è anche del buono…

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      • È questo che mi fa amare gli esseri umani, il fatto che se alcuni non sono degni di essere chiamati tali, molti altri sono capaci di donare se stessi, spesso restando nell’ombra. Un gesto, una parola, un’azione, se fatti con il cuore, ci elevano al di sopra di ogni bassezza…

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