Violenza: i piccoli semi del male

tumblr_mgdsvqcdtk1qi67eeo1_500Odio, violenza, terrorismo, stragi, femminicidi, infanticidi, morti ammazzati di ogni età, cultura, razza e religione. Siamo stanchi, siamo tutti stanchi, la sensazione è di stare su una giostra impazzita da cui nessuno ci permette di scendere. Piccole e grandi violenze si consumano sotto i nostri occhi sbarrati, nelle nostre case, nei nostri condomini o in luoghi lontani e il rischio è di rimanerne assuefatti. Un veleno che, giorno dopo giorno, ci intossica il sangue, ci toglie l’ossigeno, risveglia l’ombra che si annida nel nostro animo e ci fa essere tutti un po’ più morti e un po’ meno vivi.

L’unica valvola di sfogo che sembra rimanerci è quella degli stati sui social, più o meno esagerati, più o meno drammatici, più o meno addolorati, più o meno violenti. Perché in fondo è su quel più o meno che ci muoviamo, in bilico su un burrone, le gambe ormai malferme, disposti a tutto pur di non precipitare.

67142c567a871b1ba18b75d7ea328ce3Forse questo mondo post-moderno è davvero impazzito o forse è solo che la tecnologia e i mezzi di informazione ora viaggiano a livello mondiale, in tempo reale, con il risultato sì di tenerci informati, ma in quello che ormai è un vero e proprio bombardamento mediatico, una bolgia infernale dantesca dalla quale vorremmo solo uscire. Possibile che con tutta la tecnologia non ci sia un tasto play, da pigiare all’occorrenza, per far cessare tutto questo? Nemmeno un tasto pausa, giusto per darci il tempo di respirare? No, non c’è.

Io scrivo libri, una soluzione non ce l’ho, altrimenti farei altro. Mi verrebbe da dire che una soluzione nemmeno c’è, ma una parte di me si rifiuta e forse si rifiuterà sempre anche solo di pensarlo. Però è tutto troppo grande, come si fa a cambiare qualcosa? Da dove si comincia? Come si fa ad arrestare manualmente questa giostra fuori controllo? Non lo so. Ma di una cosa sono certa: su una cosa abbiamo potere, su una sola, forse non basta, ma su di essa possiamo agire e allora dobbiamo cominciare a farlo, se non altro per provare. Noi stessi.

Etichettare come folli quelli che compiono stragi, che ammazzano la ex o i propri figli ci fa continuare a vivere. Da una parte ci inquieta: un folle è una scheggia impazzita, come lo controlli? Dall’altra però ci fa sentire un po’ più normali nella nostra casa normale nella nostra città normale nella nostra vita normale.

È questo il primo errore. Il seme della follia è insito nell’essere umano, in ognuno di noi. Forse non prenderemo mai in mano un fucile per sparare in una scuola o in un centro commerciale, almeno lo spero, ma la violenza, come tutte le cose, ha una scala, si sviluppa su un continuum e il problema non sono gli estremi, ma quello che c’è tra gli estremi. Perché gli estremi sono evidenti, ma tutto il resto no, è sfumato, mascherato dietro maschere di normalità. E, che ci piaccia in noi, la violenza, la malvagità, la crudeltà sono parte dell’essere umano, sono parte di ognuno di noi, una parte pronta a venire a galla quando si presenti la situazione che può fungere da innesco. Può essere un trauma più o meno grande, può essere anche qualcosa di molto banale, ma molto spesso la causa ultima risiede nelle ferite narcisistiche e nelle conseguenze della separazione. Qui la psicologia ci viene in aiuto e, se non può fare nulla per fermare la giostra, può fare qualcosa per noi, nel nostro piccolo. Perché l’odio, la cattiveria, la malvagità sono contagiose e creano onde, come quelle che si allargano dal sasso buttato nell’acqua. L’odio ha una sua precisa frequenza, tutto È una frequenza misurabile e, come ci insegna la fisica, quando una frequenza ne incontra un’altra interferisce con quest’ultima: in maniera costruttiva, distruttiva o annullandola. In fondo è semplice fisica.

Allora qualcosa possiamo fare, ognuno nel nostro piccolo. Cambiare la nostra personale frequenza. Rintracciare le nostre proprie ferite narcisistiche. Lavorare sulle conseguenze che un attaccamento non sicuro (cfr. Bowlby, Ainsworth, ecc.) ha avuto sullo sviluppo della nostra personalità e su quello che, in fase di sviluppo infantile, ha influenzato il corretto passaggio attraverso la posizione schizoparanoide prima e depressiva poi (cfr. Klein). Perché, molto più spesso di quanto pensiamo, lì sono stati piantati i semi della nostra personalità, lì sono gli schemi che in età adulta ci impediscono di crescere e di saper accettare e gestire la separazione dall’altro, che si tratti del/della compagno/a, di un’amicizia o di altro tipo di rapporto. Non sappiamo gestire il distacco, viviamo la perdita ancora come se avessimo pochi mesi e stessimo sviluppando e introiettando il seno buono e il seno cattivo (cfr Klein).

tumblr_mrnv448s1C1rneit0o1_500Se da qualche parte bisogna partire, credo sia da qui perché è solo su noi stessi che possiamo agire. Non serve a nulla inorridire per le stragi e le violenze che vediamo scorrere in tv se poi basta un distacco, una separazione, un no a quelle che sono le nostre aspettative su qualcuno perché diventiamo boia e carnefici dell’altro, reo solo di non aver rispettato le nostre esigenze, il nostro bisogno di unità e non distacco dal seno materno. Quanti di noi in questo momento sono in questa fase? Tutti. Ognuno ha il suo proprio personale nemico a cui far pagare qualcosa e, pur di rendere l’angoscia da separazione accettabile, è disposto a tutto per giustificare la punizione inflitta. Perché si ha sempre bisogno di giustificarsi con se stessi, pena la distruzione del nostro fragile equilibrio.

Vogliamo davvero fare qualcosa per cambiare il mondo? Cominciamo da noi stessi. Cominciamo a scovare il nemico che è dentro di noi. Cominciamo a riconoscerlo e ad accettarlo. Cominciamo a smetterla di negare che sia così, sfidiamo noi stessi e rinunciamo a fornirci alibi. Affrontiamo la nostra ombra perché negarla serve solo a renderla più forte. Impegnamoci in questo. Forse solo così possiamo coltivare la speranza di cambiare qualcosa e, se alla fine non sarà servito a contrastare le guerre, le stragi e a rendere questo mondo migliore, almeno sarà servito a rendere migliore ognuno di noi, al di là di ogni illusione e di ogni finto buonismo.

Elisabetta Barbara De Sanctis

 

14/07/2016. Un pensiero per Nizza

Stamattina un buongiorno mesto, però a non dire quello che ho dentro implodo. Ieri sera seguivo le notizie della strage su twitter, ho dormito con quel peso sul cuore, sperando che al risveglio tutto potesse svanire, forse era solo un brutto sogno. Mia nonna e mia mamma mi hanno educata forte, preparata alla morte, non l’hanno mai edulcorata, mai nascosta, ma me l’hanno mostrata per quello che è, fin da piccola. Una piccola parte di me si è fatta tosta fin da allora, quasi dura, a tratti cinica. Le ringrazio, mi hanno preparata a tutte le volte che la meretrice con il volto oscuro e la falce in mano si è portata via molte delle persone a me più care, una dopo l’altra. Loro mi hanno insegnato che esistono le malattie, gli incidenti, la viltà della bestia umana che per soldi e per avidità si macchia di sangue innocente e forse tutto questo fa davvero parte della vita.
Ma quando succede quello che è successo, ancora, a quello no, non ci si può preparare. Non si può accettare. Non ci si può limitare a esprimere stati ipocriti sui social sfruttando anche gli hastag di tendenza delle pagine di retweet, perché la cazzata scritta possa girare il più possibile. Non quello dell’avvenimento, no. Quelli di pagine di poesie, di arte, quelli soliti che scorrono sulla timeline ieri come oggi e come domani. Ieri sera con orrore e raccapriccio l’ho visto fare, come sempre. Ognuno il proprio pensiero, com’è giusto che sia, ma poi quel simbolo e la scritta che diventa azzurrina e la parolina magica per essere retwittati: che schifo.
Questa mattina piango, non riesco a smettere, piango di dolore e di rabbia perché io, quella che mette la pace e l’amore e i diritti e la libertà e l’uguaglianza al di sopra di tutto, io mi chiedo se non stiamo sbagliando tutto.
“C’è un tempo per la pace e un tempo per la guerra”. Forse è così. Con questa gente non esiste la parola, non esiste il dialogo ed è con le parole che abbiamo permesso loro di infettare il mondo, come un virus letale. Adesso sono ovunque e questo è solo l’inizio. Io sono una pacifista, ma per difendere la pace a volta bisogna usare la forza. Ce lo insegna la natura. Basta guardare cosa fa l’intelligenza del nostro corpo, quella intelligenza profonda, istintuale, ancestrale che è in ogni filamento di DNA e senza la quale saremmo estinti da millenni. Quando una o più cellule sono malate l’organismo non è che ci parla, no. Le isola. All’occorrenza le uccide, sacrificando parti intere di sé pur di garantire la sopravvivenza del tutto. Questa intelligenza è quella della natura che non si fa inutili seghe mentali buoniste e ipocrite; essa agisce, programmata, fuori dal nostro controllo… e meno male. Pensate a un individuo che rischia il congelamento. Cosa fa il corpo? Sacrifica i piedi, le mani, la punta del naso e fa di tutto per proteggere il cervello e il cuore. Proteggiamo il nostro cuore.
Oggi ho molto da fare ed è un bene, così entrerò molto poco su internet, il necessario perché su internet si svolge anche parte del mio lavoro. Perché non ci sto a leggere chi se la prende con i poveri disperati che cercano di fuggire da quello schifo che noi abbiamo contribuito a portare, dopo secoli di colonialismo, sfruttamento, guerre politiche. Ma non ci sto nemmeno a leggere stati ipocriti e buonisti. Nel sessantotto non ero ancora nata, ma peace and love e mettete i fiori nei vostri cannoni, per me, scusate, non sono mai servite a niente, a meno che , mentre ci illudiamo con queste parole, non ci fumiamo un po’ di erba e cantiamo tutti insieme le canzoni di Bob Dylan.
Buongiorno a voi.
Buongiorno a chi si è svegliato stamattina, è un buon motivo per ringraziare.
Buongiorno a chi oggi ha ancora vicini i propri cari, è un buon motivo per ringraziare.
Una preghiera, per chi è rimasto su quella Promenade che tanto amo e che non sarà più la stessa. Ci ho lasciato il cuore a Nizza, ora anche i miei ricordi sono macchiati di sangue innocente.
Una preghiera, per chi anche oggi piange i propri cari, caduti in un momento di festa, senza essersi accorti che siamo in guerra. Ci hanno dichiarato guerra, una guerra del terrore, abbiamo il diritto e il dovere di difenderci.
Una preghiera, per chi ci governa, perché Dio o qualunque sia il suo nome, possa illuminare i loro cuori e le loro menti, dare loro la capacità di decidere per il meglio, il coraggio di far cessare questo male dilagante e strisciante, vigliacco e ignobile.
Pensa anche al tuo dovere e non vacillare. Non c’è cosa migliore per un guerriero che combattere in una guerra giusta. (Baghavad Gita)
EliBì
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EliBì

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On air… un italiano in Australia

Un grande in bocca al lupo all’amico Paolo Aurelio Monteleone e un grazie immenso per la stima e l’affetto che dimostra sempre nei miei confronti, assolutamente ricambiati ❤

Luca Cozzi

Monteleone 2.4

Con questa intervista cercherò oggi di presentarvi una persona davvero speciale, un uomo di grande spessore umano e professionale, appassionato di letteratura italiana. Un uomo che, dai microfoni di una radio australiana, si è fatto conoscere e apprezzare in tutto il mondo e ha contribuito a far conoscere gli scrittori italiani nel continente australe: Paolo Aurelio Monteleone.

d.) Molti anni fa hai lasciato il tuo lavoro in Italia e ti sei trasferito in Australia, per dare ai tuoi figli un futuro migliore. Sei contento della tua scelta?

r.) Sono stato un pazzo, abitavo in Val d’Aosta, guadagnavo molto bene, viaggiavo in Maserati, vacanze due volte l’anno, vestivo Armani, Zegna e Diadora. Solo un pazzo come me poteva rinunciare al benessere, al lusso e tutti i comfort, per andare dall’altra parte del mondo e ricominciare da zero. Avevamo due figli e mi ero reso conto che per loro sarebbe stato impossibile…

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