Nella penombra dei propri occhi socchiusi percepiva appena i gesti di lui.

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Nella penombra dei propri occhi socchiusi percepiva appena i gesti di lui. Lenti. Misurati. Nulla che lasciasse trapelare il desiderio che pure sapeva lo torturava fin nelle viscere. Un desiderio pari al suo, quello che percepiva concentrato in un punto preciso del ventre. Quello che le bruciava dentro, pronto a corroderla come fosse acido se non l’avesse lasciato scorrere. E finalmente le sentì. Sentì le mani di lui sfilarle prima una scarpa, poi l’altra. Sentì quelle dita risalire lungo le gambe e ad ogni centimetro iniziò a sporgersi impercettibilmente di più sulla sedia. E lì, quando furono su quei centimetri di pelle oltre il nylon, pensò che sarebbe potuta morire in quel momento se non avesse sentito quelle labbra, se non le avesse avute addosso, se non si fossero affrettate a succhiare la vita che iniziava a sentirsi colare fra le cosce …

(Elisabetta Barbara De Sanctis)

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Ho bisogno d’un amante che, ogni qual volta si levi…

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Ho bisogno d’un amante che,
ogni qual volta si levi,
produca finimondi di fuoco
da ogni parte del mondo!
Voglio un cuore come inferno
che soffochi il fuoco dell’inferno
sconvolga duecento mari
e non rifugga dall’onde!
Un Amante che avvolga i cieli
come lini attorno alla mano
e appenda, come lampadario,
il Cero dell’Eternità, entri in
lotta come un leone,
valente come Leviathan,
non lasci nulla che se stesso,
e con se stesso anche combatta,
e, strappati con la sua luce i
settecento veli del cuore,
dal suo trono eccelso scenda
il grido di richiamo sul mondo;
e,quando, dal settimo mare si volgerà
ai monti Qàf misteriosi da
quell’oceano lontano spanda
perle in seno alla polvere!

Mevlana Jalaluddin Rumi

 

 

 

Perché a una donna quando la spogli della voglia d’amarti, ti disarma…

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Perché a una donna quando la spogli della voglia d’amarti, ti disarma ti fa sentire nudo

e da tutte le tue parole – anche le più belle – non si fa più toccare.

(Jolie Scafidi)

La pioggia nel pineto

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Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

(Gabriele D’Annunzio) 

Il corpo, il corpo sì, il corpo dimentica

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Il corpo, il corpo sì, il corpo dimentica,
ma non cancelli mai chi ti ha marchiato a fuoco l’anima …

(Elisabetta Barbara De Sanctis)

Ho detto di no”. Lei aveva gli occhi bassi e cercava di concentrarsi su altro…

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[…] “Ho detto di no”. Lei aveva gli occhi bassi e cercava di concentrarsi su altro, sul motivo per cui quella mattina aveva scelto proprio quelle scarpe, non le piacevano particolarmente e, in fondo, non erano nemmeno comode. Sapeva che se avesse incrociato i suoi occhi la ragione sarebbe stato solo un vago ricordo e non voleva che ciò accadesse.
“Io ti aspetterò”. Continuava a guardarla, intenerito dal suo imbarazzo, ma deciso ad abbattere quel muro che a chiunque sarebbe apparso invalicabile. “Ti aspetterò per tutto il tempo che ci vorrà. Ti aspetterò per tutta la vita se sarà necessario.”
“Perché sei così testardo?”
Le sollevò il mento con le dita. “Perché sei tu. Perché mi piaci. Mi piace tutto di te. Perché quando ti guardo mi sale un nodo in gola e il cuore batte forte fino a soffocarmi. Perché dalla prima volta che ti ho vista ogni cosa mi parla di te. Perché senza te nulla ha senso e io voglio fare tutto con te.”
Lei aveva paura. Era troppo grande quell’amore per lei, era troppo bello. Sapeva che non avrebbe dovuto incrociare quegli occhi. Ma alzò lo sguardo e capì che sarebbe stata sua. Solo sua. Per sempre. […]

(©Elisabetta Barbara De Sanctis – Proprietà intellettuale riservata)

Io sono per i sorrisi. Quelli veri.

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Io sono per i sorrisi. Quelli veri.

Quelli che ti accendono. Quelli che illuminano lo sguardo.

Quelli come il sole dopo un temporale.

Quelli che sono meglio della Nutella quando ci affondi le dita.

Perché in sorrisi così ci puoi affondare il cuore.

(Elisabetta Barbara De Sanctis)