L’acqua calda della doccia scivolava sulla sua pelle.

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L’acqua calda della doccia scivolava sulla sua pelle. In una giornata così fredda non c’era nulla di più piacevole che indugiare sotto il getto bollente lasciando vagare liberi i pensieri ad occhi chiusi. Pensieri che avevano una direzione a senso unico: Lui. Non lo sentì arrivare. Si scostò la tenda e due mani forti l’afferrarono e la girarono, il viso contro le piastrelle. Il suo corpo la schiacciava e con le mani bloccava le sue contro il muro, impedendole di muoversi. Alla sorpresa subito si sostituì l’eccitazione sentendo la sua erezione contro la pelle. Con una mano lui le afferrò i capelli, tirandoli, così da costringere il suo corpo a inarcarsi. Sentì la sua lingua percorrerla lungo il collo, affondare con i denti e un gemito le sfuggì dalle labbra. L’altra mano scese ad afferrarle il seno, stringeva, solleticava brutale i capezzoli già sensibili per l’eccitazione che aveva invaso il suo corpo.
“Ti prego …” si sentì supplicare.
“Ti prego, cosa, mia cara?”
“Ti prego … prendimi … “
“Devi essere più precisa, dimmi cosa vuoi …” le rispose lui con voce decisa e roca, il respiro denso che tradiva la voglia. E quella mano che le stringeva il seno scese, aprendosi un varco tra le sue cosce. Sentì le sue dita penetrarla. Affondò nella sua carne e iniziò a muoversi velocemente con movimenti decisi, scavando sempre più a fondo. Dio mio, non avrebbe resistito a lungo …
“Godi amore, godi. Adesso.”
A quelle parole fu come se gli argini si rompessero, sentì l’orgasmo arrivare e con un urlo si abbandonò al piacere che la travolse.
Aprì gli occhi. Era da sola. Erano le sue mani che le avevano procurato piacere. Fece un sospiro, poi un’idea maliziosa … un sorriso … Uscì dalla doccia e decise di prepararsi con cura. Lui sarebbe passato a prenderla per la cena. E lei decise che quella sera lo avrebbe sorpreso … piacevolmente sorpreso …

 Elisabetta Barbara De Sanctis – proprietà intellettuale riservata)

 

Il rimpianto mi fa compagnia.

©DeborahTurbeville

Il rimpianto mi fa compagnia.
No. Non il mio.
Il rimpianto di chi mi ha voluta, ma non mi ha avuta.
Di chi mi ha avuta, ma non mi ha saputa trattenere.
Di chi ha pensato di avermi ormai in pugno, ma sono sgusciata via.
Di chi mi ha dato per scontata, ma si è accorto tardi che non ero in saldo.
Di chi non ha capito che l’aria … la puoi solo respirare … 
 Elisabetta Barbara De Sanctis – proprietà intellettuale riservata)
Photo: ©Deborah Turbeville – All Rights reserved

 

C’è da fare

 

I sogni non vanno solo sognati. I pensieri non vanno solo pensati. Le parole non vanno solo sussurrate. C’è bisogno di concretezza. Di fare. Di smuovere. C’è sempre qualcosa da fare, trovare la forza e il coraggio e la speranza e i sorrisi … e fare!!

Eli

Buon giorno mondo …

 

 

Quel che alcuni chiamano peccato …

© Mariska Karto1

Quel che alcuni chiamano peccato per me null’altro è che conoscenza.
Di luce e d’ombra.
Di anima e di carne.

(©Elisabetta Barbara De Sanctis – Febbraio 2015 Proprietà intellettuale riservata)

Photo: © Mariska Karto – Grazie a Black & White

 

Provateci. Provateci voi a sentire da ogni poro della pelle …

©EllenRogers

Provateci.
Provateci voi a sentire da ogni poro della pelle
mentre il mondo si diverte a farti a brandelli,
così per gioco, come uno scadente fenomeno da baraccone.
Provateli quei morsi e ditemi se è vero che non fanno male …
(©Elisabetta Barbara De Sanctis – Febbraio 2015 Proprietà intellettuale riservata)
Photo ©Ellen Rogers – All rights reserved

 

Era un caldo pomeriggio di fine agosto.

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Era un caldo pomeriggio di fine agosto. Si stava bene al mare, passato il ferragosto. Non le era mai piaciuta la spiaggia affollata. Preferiva starsene distesa, tranquilla, a due passi dal bagnasciuga. I suoi amati libri sempre vicini. Gli esami si avvicinavano e bisognava anche studiare. Ma adorava farlo lì. Sceglieva sempre lo stesso posto. Un asciugamano, libri aperti, matite colorate sparse ovunque e il calore del sole sulla pelle. Il suo amico del cuore a due passi da lei. Non si stancava mai di prenderla in giro quando la vedeva studiare imperterrita anche con quel caldo. Ma le faceva compagnia. Si capivano, loro due. Lei non gli aveva mai raccontato i particolari. Ma lui sapeva. Sapeva cosa si nascondeva dietro il sorriso di lei e la sua spensieratezza. Riusciva a leggere oltre quella tristezza che da tempo le velava appena lo sguardo. Non li aveva più visti brillare quei vivaci occhi verdi. E stranamente, quel pomeriggio, finirono proprio per parlare di quel che era successo quattro anni prima. Parlare. Parlare non era la parola giusta. Egli voleva che lei si confidasse, che lasciasse andare quel peso. Ma era troppo riservata per lasciarsi andare. Quel pomeriggio però senti lei l’impulso di farlo, un bisogno come di qualcosa che hai dentro e preme per uscire. Si sentiva pronta, voleva farlo. Sapeva che con lui poteva. Aveva impiegato tutto quel tempo a costruirsi un castello intorno, si era impegnata con tutte le sue forze al punto che aveva finito per credere che non era stato nulla, che non era stato importante. E parlarono, a lungo. Nessuna emozione traspariva dal volto di lei né dalla sua voce. Ma le lacrime iniziarono a scorrere, inesorabili. “Perché piangi? Ne parli con tale distacco e poi piangi?” “Non piango! Ho la sabbia negli occhi!” Ma non era la sabbia. Era la via che il dolore stava trovando per straripare a sua insaputa. Nessun singhiozzo. Nulla. Solo lacrime. Tante lacrime. Silenziose. Dolci. Lei non capiva. Non capiva perché piangeva. Era qualcosa che andava oltre, oltre quello che si portava dentro. Dentro di sé sapeva con certezza che in quel momento stava piangendo per altro, per qualcosa di più grande, ma non riusciva a comprendere cosa fosse quel dolore sordo al centro del petto, quel senso di vuoto, quella disperazione profonda. Poi, d’un tratto, impallidì. Una sensazione di gelo sembrò trapassarle l’anima. Si sentiva in un lago di ghiaccio. E iniziò a tremare e a battere i denti per il freddo. “Che ti prende? Che succede?” le chiese il suo amico mentre l’aiutava a rivestirsi e l’avvolgeva con gli asciugamani per riscaldarla. “Che cos’hai? Sembri un cadavere, mi stai facendo spaventare!” Ma lei sembrava essere altrove. Lo guardava, ma non lo vedeva. “Devo andare. Devo tornare a casa. E’ successo qualcosa di terribile. Devo andare.” “Ma tu non puoi guidare così!” le disse, ma sapeva che non si sarebbe lasciata accompagnare. “Dai, andiamo, ti vengo dietro con la mia auto finché non sei a casa”. Sembravano non finire più quei chilometri, voleva tornare, doveva capire cosa fosse successo. Fece di corsa le scale, aprì la porta e non fece nemmeno in tempo a salutare che le corse incontro la sua sorellina e, con l’ingenuità e la leggerezza dei bambini, le disse che c’era stato un incidente. Luca non c’era più.

(©Elisabetta Barbara De Sanctis – Agosto 2013 Proprietà intellettuale riservata)

Live your dream

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Ho capito di aver smarrito il mio. Non lo trovo proprio più. Ormai da diverso tempo qualunque cosa io faccia viene fuori distorta, sbagliata. Inseguendo il mio sogno, mi sono persa. Inseguendo la necessità e il bisogno che questa vita a volte ti mette davanti prove che non sai come le affronterai, mi sono persa. E ancora c’è chi mi tira per la manica, chi dà buoni e cattivi consigli che in questo momento non voglio. Perché sono confusa e rivendico il sacrosanto diritto di respirare per riprendere fiato e capire dove devo andare visto che, com’è giusto, se sbaglio sono io che pago. Passerà anche l’ennesima bufera e cercherò la mia strada, il mio sogno, il mio angolo.
E buon giorno …
(Elisabetta Barbara De Sanctis)