Era un caldo pomeriggio di fine agosto.

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Era un caldo pomeriggio di fine agosto. Si stava bene al mare, passato il ferragosto. Non le era mai piaciuta la spiaggia affollata. Preferiva starsene distesa, tranquilla, a due passi dal bagnasciuga. I suoi amati libri sempre vicini. Gli esami si avvicinavano e bisognava anche studiare. Ma adorava farlo lì. Sceglieva sempre lo stesso posto. Un asciugamano, libri aperti, matite colorate sparse ovunque e il calore del sole sulla pelle. Il suo amico del cuore a due passi da lei. Non si stancava mai di prenderla in giro quando la vedeva studiare imperterrita anche con quel caldo. Ma le faceva compagnia. Si capivano, loro due. Lei non gli aveva mai raccontato i particolari. Ma lui sapeva. Sapeva cosa si nascondeva dietro il sorriso di lei e la sua spensieratezza. Riusciva a leggere oltre quella tristezza che da tempo le velava appena lo sguardo. Non li aveva più visti brillare quei vivaci occhi verdi. E stranamente, quel pomeriggio, finirono proprio per parlare di quel che era successo quattro anni prima. Parlare. Parlare non era la parola giusta. Egli voleva che lei si confidasse, che lasciasse andare quel peso. Ma era troppo riservata per lasciarsi andare. Quel pomeriggio però senti lei l’impulso di farlo, un bisogno come di qualcosa che hai dentro e preme per uscire. Si sentiva pronta, voleva farlo. Sapeva che con lui poteva. Aveva impiegato tutto quel tempo a costruirsi un castello intorno, si era impegnata con tutte le sue forze al punto che aveva finito per credere che non era stato nulla, che non era stato importante. E parlarono, a lungo. Nessuna emozione traspariva dal volto di lei né dalla sua voce. Ma le lacrime iniziarono a scorrere, inesorabili. “Perché piangi? Ne parli con tale distacco e poi piangi?” “Non piango! Ho la sabbia negli occhi!” Ma non era la sabbia. Era la via che il dolore stava trovando per straripare a sua insaputa. Nessun singhiozzo. Nulla. Solo lacrime. Tante lacrime. Silenziose. Dolci. Lei non capiva. Non capiva perché piangeva. Era qualcosa che andava oltre, oltre quello che si portava dentro. Dentro di sé sapeva con certezza che in quel momento stava piangendo per altro, per qualcosa di più grande, ma non riusciva a comprendere cosa fosse quel dolore sordo al centro del petto, quel senso di vuoto, quella disperazione profonda. Poi, d’un tratto, impallidì. Una sensazione di gelo sembrò trapassarle l’anima. Si sentiva in un lago di ghiaccio. E iniziò a tremare e a battere i denti per il freddo. “Che ti prende? Che succede?” le chiese il suo amico mentre l’aiutava a rivestirsi e l’avvolgeva con gli asciugamani per riscaldarla. “Che cos’hai? Sembri un cadavere, mi stai facendo spaventare!” Ma lei sembrava essere altrove. Lo guardava, ma non lo vedeva. “Devo andare. Devo tornare a casa. E’ successo qualcosa di terribile. Devo andare.” “Ma tu non puoi guidare così!” le disse, ma sapeva che non si sarebbe lasciata accompagnare. “Dai, andiamo, ti vengo dietro con la mia auto finché non sei a casa”. Sembravano non finire più quei chilometri, voleva tornare, doveva capire cosa fosse successo. Fece di corsa le scale, aprì la porta e non fece nemmeno in tempo a salutare che le corse incontro la sua sorellina e, con l’ingenuità e la leggerezza dei bambini, le disse che c’era stato un incidente. Luca non c’era più.

(©Elisabetta Barbara De Sanctis – Agosto 2013 Proprietà intellettuale riservata)

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